venerdì 17 aprile 2009

Ancora sui Piceni a Matelica

Pubblico un articolo di Matteo Metta sulla civiltà picena soprattutto alla luce delle scoperte archeologiche di Matelica.
Gustatelo!

Coppia di sangue blu tra i Piceni di Matelica

Un popolo di guerrieri e principesse. O, meglio, di "Eroi e Regine", per riprendere il titolo della mostra che, qualche anno fa, svelò al grande pubblico – a Francoforte prima, a Roma poi (Palazzo Barberini) la ricchezza della civiltà picena, cultura fiorita in età preromana sul versante adriatico della Penisola, tra Marche e nord dell'Abruzzo. Un popolo, quello degli antichi Piceni, che se non fosse stato per le intense e accurate ricerche archeologiche degli ultimi due decenni sarebbe ancora immerso in una coltre di mistero. Del resto, anche le fonti antiche facevano confusione, chiamandoli a volte Picenti, altre Piceni; i greci addirittura estendevano a loro il nome di Peuceti, popolo che viveva un po' più a sud, in area apula. Oggi sappiamo molto di più sul loro modo di vivere, anche se lo abbiamo scoperto attraverso lo specchio della morte: sepolcreti e necropoli sono pressoché i loro unici monumenti rimastici. I Piceni, infatti, preferivano forme di insediamento non urbano: vivevano in abitati sparsi, poco popolosi, costituiti da capanne fatte con materiali deperibili, legno e argilla. Non ci hanno lasciato neanche templi e altari, perché i loro luoghi di culto coincidevano con caverne, laghi, sorgenti, alture, che, secondo l'analisi dell'archeologo Giovanni Colonna, dovevano costituire lo «scenario privilegiato di raduni e di feste che certamente avranno contribuito a promuovere e consolidare i processi di autoidentificazione etnico-politica». Non ci si stupisca che, in mancanza di santuari in muratura, la prova della frequentazione rituale di alcuni luoghi, comunque lontani dal centro abitato, sia legata a un labile filo: il ritrovamento fortuito di depositi votivi, costituiti da vasetti minituristici e bronzetti che raffigurano personaggi di offerenti o divinità locali che mutuano gli attribuiti da alcuni dèi del pantheon greco ed etrusco, quali Ercole, Marte e Giove. Sono comunque poca cosa rispetto alle forme di devozione privata preferite dai Piceni, tutte rivolte al culto degli antenati. Una religione quasi domestica che finisce per celebrare i "maiores" come eroi e tramandarne i caratteri attraverso stele e soprattutto statue funerarie; tra queste ultime, il famoso guerriero di Capestrano è finora il massimo esempio, espressione di una potente aristocrazia picena che vive secondo i canoni degli "aristoi" etrusco-tirrenici e che concentra nelle proprie mani il potere politico e le risorse economiche derivanti da pratiche agricole e pastorali e dal controllo degli snodi viari transappennici compresi tra l'area adriatica a quella tirrenica.Si diceva un popolo di principi e principesse, perché i Piceni li conosciamo soprattutto attraverso le monumentali tombe a tumulo e con fossato in cui venivano inumati, con dovizia di corredi, personaggi di rango e i loro familiari, e non certo rappresentanti di classi sociali inferiori. Per tali ragioni anche la mostra di Matelica (Macerata), aperta fino al 31 ottobre, porta il titolo di Potere e splendore e presenta in prima assoluta le eccezionali testimonianze provenienti in particolare da due tombe, scavate recentemente (2004 e 2005) e attribuite appunto a una principessa (tomba 1 di Passo Gabella) e a un principe (tomba 182 scoperta in località Crocifisso). Come in altre società spiccatamente oligarchiche vedi Etruschi e diverse popolazioni italiche – anche presso i Piceni la donna rivestiva un ruolo di grande rilevanza e prestigio. La grandiosa tomba delle Regina scoperta a Numana, con un circolo sepolcrale di 40 metri di diametro – che ha restituito due carri, un letto con decorazioni d'avorio, bronzo e ambra, vasi etruschi e greci, oltre che piceni, e più di duemila ornamenti e gioielli, fa certo impallidire quella della dama di Passo Gabella. Tuttavia la posizione sociale di quest'ultima non va affatto sottovalutata, dal momento che più di qualche indizio nel corredo funerario (la presenza di ossa di pecore e maiali e vari strumenti da taglio) fa correre l'immaginazione verso un suo ruolo attivo in una pratica ritenuta eminentemente maschile, cioè il taglio della carne di animali, dopo la loro uccisione cruenta (che spetta all'uomo), all'interno del rito sacrificale. Il ritrovamento di un vaso dalla forma eccentrica (holmos), dotato di tanti bicchieri appesi sulla sua superficie tramite perni, è stato la riprova per gli archeologi che le donne picene avevano un compito molto importante nei simposi (che in altre culture spetta all'uomo): gestire il rituale del vino, come amministratici della mescita o coppiere. Appese a questo vaso figurano anche diverse anatrelle di terracotta, che sono reperti tra i più consueti delle tombe picene, dal momento che queste figure ornitomorfe, fin dall'età del Bronzo e già nelle culture centro-europee e danubiane, vengono considerate "simbolici intermediari tra cielo e terra" oppure animali "psicopompi" (cioè capaci di guidare le anime dei defunti nell'aldilà). Nel corredo della principessa di Matelica, a connotarne lo status, vi sono rari e preziosi oggetti di lusso fatti con materiali non certo autoctoni, come l'avorio o l'ambra: segno che l'aristocrazia picena intratteneva rapporti di scambio con l'Oriente o perlomeno con le aristocrazie etrusche che avevano più facilmente accesso a quei prodotti. Tra queste testimonianze, spicca per raffinatezza una brocca (oinochoe) polimaterica con il bocchello in avorio, la cui parte principale, quella che fungeva da contenitore, è costituita da un uovo di struzzo, perdipiù decorato con un scena narrativa ad incisione. È eccezionale perché secondo Mara Silvestrini, curatrice della mostra, è l'unico tra gli esemplari che si conoscono (non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo) a riportare un fregio figurato con soggetti riferibili al mito greco, il che appare sorprendente in ambiente piceno e in tempi così prematuri (fine VIII e VII secolo a.C.).
Di più si sa sul "principe di Matelica" visto che ne è stato trovato lo scheletro, che è quello di un uomo morto tra i 25 e i 35 anni. Sul suo sangue blu non c'è dubbio, come anche sul fatto che riunisse in sé le funzioni di guerriero, capo militare e sacerdote: sono stati trovati lo scettro, l'abito decorato con una guarnitura di fibule in argento, bronzo e ferro ageminato, due anelli infilati alle dita della mano sinistra. E poi le armi da parata: lancia, spade (due raffinatissime con impugnatura in avorio, la più grande delle quali ha pure inserti in ambra), un carro a due ruote del tipo usato per raggiungere il campo di battaglia (currus) e un calesse. Senza dimenticare i simboli del simposio (duecento vasi in ceramica e bronzo per attingere e bere) e quelli sacrificali (strumenti in ferro per la bollitura e l'arrostimento delle carni). Commovente la presenza, accanto all'inumato, di due cani, che al co-curatore del catalogo edito da L'Erma di Bretschneider, Tommaso Sabbatini, richiama alla mente quel passo dell'Iliade in cui si descrive come Achille preparasse il rogo funebre per l'amico Patroclo: «Nove cani domestici aveva il sovrano, e due ne gettò sul rogo, sgozzati».

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