lunedì 13 settembre 2010

Aquisgrana in Val di Chienti

Dopo aver letto il libro del Prof. Carnevale, "L'Europa di Carlo Magno nacque in Val di Chienti", vi proponiamo la lettura di questo articolo che sintetizza in poche righe le argomentazioni che dimostrerebbero la presenza di Aquisgrana presso S. Claudio al Chienti. Potete vedere un breve video su questo tema , cliccando qui:


Ad Majora!





Nei libri di storia si afferma che nel 786, dopo la conquista del Regno dei Longobardi, Carlo fondò la propria capitale ad Aquisgrana e che tale città corrisponderebbe alla moderna Aachen, nella Renania tedesca, ma nessuna prova storica dimostra con certezza che la capitale carolingia fosse collocata ad Aachen. Nessun autore dice in quale delle tre province dell'Impero (Germania, Francia o Italia) si trovasse Aquisgrana. Sino a che tutti sapevano dov'era, nessuno scrittore s'è preoccupato di localizzarla.

Il professor Giovanni Carnevale propone da oltre vent'anni una radicale revisione di quel periodo storico. Carnevale è un salesiano d'origini molisane, è stato insegnante di Latino, Greco, Storia dell'Arte, è esperto d'archeologia, ed oggi è in pensione. Egli è sicuro che Carlo Magno costruì Aquisgrana non ad Aachen, ma nel Piceno, in Val di Chienti, non lontano da Macerata, da Fermo e dal mare Adriatico.

La prima "Francia"

La storiografia medievale sostiene tre argomenti erronei e cioè che nel Medioevo esistessero una sola Aquisgrana (Aachen); una sola Francia (l'attuale); una sola Roma (quella dei papi). Invece nel Medioevo esistettero due successive "Aquisgrana". Una prima in Italia, nel Piceno in Val di Chienti, ad Aquas grani appunto; una seconda su suolo germanico, ad Aachen. La prima fu fondata da Carlo Magno, la seconda fu fondata dal Barbarossa nel sec. XII, dopo la Translatio Imperii dall'Italia alla Germania. Dopo l'800 Carlo Magno fondò in Val di Chienti, a circa 10 km dalla Aquisgrana picena, una Nuova Roma, sede del rinato Impero Romano d'Occidente, da contrapporre a Bisanzio, nuova Roma d'Oriente. La storiografia non si è mai occupata dell'esistenza di questa "Nuova Roma", perché l'ha confusa con la Roma dei Papi. Roma in Val di Chienti fu distrutta nel corso per la lotta per le investiture da Roberto il Guiscardo, il 29 maggio 1084. Quando infine Parigi sostituì l'Aquisgrana picena come sede dello Stato dei Franchi, verso il Mille, anche la Gallia perse il suo antico nome romano e divenne Francia.

Per continuare a leggere l'articolo tratto dal sito La porta del tempo, clicca qui:

giovedì 12 novembre 2009

Assegni strani: Unicredit e Nazareno Gabrielli


La storia della azienda di Tolentino fondata nel 1907 da Nazareno Gabrielli e costretta ad ambigue disavventure finanziare con la complicità di Unicredit. Un articolo di Roberto Scorcella estratto da "La Voce del Ribelle" del novembre 2009.


Non solo i grandi colossi del credito hanno avuto (e hanno) condotte quanto meno criminali. Stavolta molto di strano c’è anche da “noi”.
Ecco la storia di Unicredit e Nazareno Gabrielli
.


Un'azienda sull'orlo del fallimento di questi tempi non è una novità. Particolarmente inquietante, ma anche questa purtroppo inizia a diventare una consuetudine, il fatto che a spingerla verso il baratro sia stata una banca. La vicenda riguarda un marchio che a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta è stato una griffe rinomata, sui livelli di Gucci e Cartier, con negozi in ogni parte del mondo e capi ricercatissimi. Stiamo parlando della Nazareno Gabrielli, azienda del maceratese fondata nel 1907 dall'uomo che le ha dato il nome. Per entrare nella vicenda bisogna capire che cosa è stata la Nazareno Gabrielli. Specializzata nel pellettiero, sotto la direzione del manager David Passini sceglie negli anni Ottanta di introdurre il design in ogni prodotto e buttarsi a capofitto in una politica di marchio con una netta predilezione verso il settore femminile.

La scelta è vincente e gli anni Novanta vedono la Nazareno Gabrielli sfiorare un fatturato di 130 miliardi con circa 600 dipendenti. Gli effetti di qualche operazione finanziaria azzardata, portano verso una parabola discendente e a un declino inesorabile. Passini vende nel 1999 l'azienda a Angelo Corona, manager abruzzese che due anni prima aveva rilevato il 100 % della fiorentina Pineider, dopo che Diego Della Valle aveva rinunciato all'opzione per rilevare i due stabilimenti della Gabrielli.


Nel 2005 il marchio viene rilevato da un giovane torinese rampante, Filippo Tarocco, amministratore delegato di Key Group. "La società" dichiara Tarocco ai giornali dopo l'acquisizione della Gabrielli "intende sviluppare un piano di rilancio triennale, con al centro un forte sviluppo internazionale del marchio, che sarà riposizionato all'interno del segmento alto del mercato. Prevista a tale scopo anche la prossima apertura di 30 negozi monomarca in Italia e all'estero. Tra gli obiettivi c'è la salvaguardia dell'occupazione e delle competenze del settore della pelletteria, come pure la garanzia della presenza di un sito industriale a Tolentino". Dopo due anni, nel 2007, Tarocco, con la Gabrielli sull'orlo del fallimento, venderà il marchio. Nel frattempo, però, malgrado tutto si realizza come esperto di economia aziendale scrivendo un libro: "Basilea 2. Nuovi scenari del rapporto banca-impresa". Uno dei capitoli riguarda il rapporto fra banche e imprese. Che evidentemente conosce molto bene, visto quello che succederà qualche mese dopo l'acquisizione del marchio Nazareno Gabrielli da parte dei nuovi proprietari, due imprenditori milanesi: Paolo Badile e Michele Spagna. Il passaggio di consegne ufficiale della proprietà di quella che ora si chiama Pelletterie 1907 da Tarocco a Badile e Spagna avviene il 4 ottobre 2007. Quanto successo nei giorni successivi lo racconta lo stesso Badile. “Penso sia opportuno partire dalle date. La nuova società si è formalmente insediata il 4 ottobre 2007. Abbiamo trattato con la precedente proprietà, preso visione dei bilanci e delle esposizioni nei confronti degli istituti di credito fino ad arrivare alla acquisizione della Nazareno Gabrielli. Magicamente, e per la nostra gestione drammaticamente, nell’estratto conto di Unicredit di fine ottobre 2007 ci siamo visti addebitare settantadue assegni per quasi un milione e trecentomila euro. Questi assegni erano stati emessi fra l’aprile e il giugno 2007 dalla precedente gestione e regolarmente pagati da Unicredit alla data dell’incasso.


Una somma tanto rilevante, però, è rimasta sospesa per così dire… nell’etere per circa sei mesi fino a ricomparire improvvisamente non appena noi ci siamo insediati. Per essere ancora più precisi, tutti i settantadue assegni ci sono stati addebitati con la medesima data: 22 ottobre 2007. Curioso, no? Soldi letteralmente scomparsi per così tanto tempo di cui nulla sapevamo e che hanno provocato il dissesto finanziario di Pelletterie 1907. Infatti, a seguito dell’addebito sul conto di una cifra così cospicua, Pelletterie 1907 è entrata nella Centrale Rischi di Banca d’Italia in quanto ha sconfinato dagli affidamenti concessi per oltre un milione di euro. Una cosa simile non l’ho mai vista né sentita in tutta la mia vita. Oggi un risparmiatore che deve pagare un assegno, se entro due giorni dalla data dell’incasso non ha i fondi sul conto, il titolo viene protestato. Ho sempre creduto che gli istituti di credito potessero in qualche modo aiutare privati e aziende, confidando nella buona fede e nella buona gestione del denaro loro affidato. Questa vicenda, al contrario, mi ha aperto gli occhi su come realmente funziona il sistema”. E quando chiediamo a Badile chi abbia incassato quegli assegni la risposta è semplicemente disarmante. "I soldi sono finiti a diversi soggetti. Una parte ai fornitori, una parte è stata invece incassata da società collegate alla precedente gestione”.

Evidentemente Tarocco aveva proprio studiato bene il capitolo del rapporto banche-imprese. Ma le dolenti note devono ancora arrivare. Entrare nella Centrale Rischi di Banca d'Italia oggi per un'azienda vuol dire aver chiuso con il credito. La stessa cosa che capita ai privati che non pagano la rata dell'aspirapolvere e si ritrovano nelle black list come il famigerato Crif: credito precluso per almeno un decennio, sempre che la plutocrazia bancaria sia benevola nei suoi confronti. E a Pelletterie 1907 cosa è successo dopo essere stata inserita nella Centrale Rischi? “Alcune banche" spiega Badile "ci hanno bloccato l’utilizzo delle linee di credito in essere e negato la possibilità di ricorrere a linee di credito aggiuntive. Inoltre, mi sono state chieste ulteriori garanzie personali per linee di credito già esistenti, peraltro stranamente concesse per importi rilevanti alla precedente gestione senza alcun tipo di garanzia.
Un’azienda di pelletteria che lavora in un settore “stagionale” come quello del fashion deve obbligatoriamente ricorrere al finanziamento bancario per finanziare un ciclo produttivo che si chiuderà con l’incasso del cliente dopo oltre un anno. Questo comportamento di Unicredit ha fatto sì che gli aumenti di capitale versati su Pelletterie 1907, circa tre milioni e mezzo di euro, non siano stati utilizzati in maniera efficiente per poter ristrutturare il debito dell'azienda, ma per finanziare il corrente ovvero la produzione e per pagare oltre tre mesi di decine di stipendi arretrati, eredità della precedente gestione. Da qui, quindi, si è innescato un effetto domino con il sistema bancario che, con il tempo, ha portato prima alla crisi di liquidità e poi alla situazione attuale”. Insomma, piani di rilancio e di investimento azzerati ancor prima di cominciare, carenza di liquidità, ritardi nei pagamenti degli stipendi e a luglio 2009 un'istanza di fallimento promossa dai dipendenti e pendente al Tribunale di Macerata. Con il rischio che un marchio ultracentenario, segno della storia e della laboriosità di un intero territorio, finisca magari nelle mani di qualche cinese facoltoso per quattro denari. Intanto i 50 dipendenti della Gabrielli sono tutti a casa. E per loro non sembrano esserci prospettive, soprattutto nell'eventualità che l'azienda venga dichiarata fallita. Pelletterie 1907 si è rivolta al Tribunale civile di Milano chiedendo il rigetto dei decreti ingiuntivi di pagamento emessi da Unicredit ad aprile 2009, sostenendo il dolo negoziale con richiesta di risarcimento dei danni finanziari e d'immagine. Il Tribunale, dopo una prima udienza ha aperto un giudizio di merito per una valutazione tecnica. Prima, però, c'è stato un tentativo di accordo? “Certamente.


Una società ceduta dopo regolare visura dei libri contabili. A cessione effettuata, assegni stellari addebitati sul conto corrente. Firmati dalla precedente proprietà. 50 lavoratori per la strada. E una causa in corso.


Ci siamo seduti a un tavolo” dice Badile "e ho dovuto accettare fidejussioni personali per oltre 5 milioni di euro, oltre a un piano di rientro assolutamente insostenibile per un’azienda in evidente difficoltà finanziaria”. Unicredit, dal canto suo, chiarisce la propria posizione affermando che "gli assegni non furono addebitati alla data del loro ricevimento in quanto la procedura non prevede addebiti in assenza di provvista". Furono perciò "allocati a sospesi in attesa che si verificassero alcuni eventi prospettati dall'azienda (aumento di capitale e incasso crediti), in considerazione dei quali la banca aveva deciso di accordarle la sua fiducia". Ma gli assegni, in assenza di provvista, non finiscono nelle mani di un notaio per poi essere eventualmente protestati? Perlomeno questa è la regola applicata con i poveri cristi. Qui, invece, si tiene 1 milione e 300mila euro allocato chissà dove in attesa che si verifichino eventi aleatori prospettati da un'azienda in crisi! Dove saranno finiti tutti quei soldi fra il maggio e la fine di ottobre del 2007? Mistero. Così, mentre il presidente del consiglio a Tripoli cerca di ottenere da Gheddafi ossigeno (denaro fresco) per finanziare Unicredit in difficoltà e il ministro Tremonti da mesi suona una tremebonda carica contro le banche che non finanziano le imprese, cinquanta persone si trovano per strada, senza più un lavoro, senza più uno stipendio, senza più una prospettiva anche e soprattutto per un comportamento quantomeno anomalo di un istituto di credito che paga assegni senza copertura finanziaria sulla base di "promesse". E c'è da riflettere perchè se questo è capitato a una piccola azienda come Pelletterie 1907, si può immaginare cosa possa succedere quando il discorso si allarga verso le grandi industrie. Ma in tempi di plutocrazia non c'è da aspettarsi altro che storie come questa.

venerdì 30 ottobre 2009

Etleboro è sbarcata a Fermo

Un ottimo post proveniente dal blog Etleboro, che presenta la creazione dell' associazione La Tela Fermo, nata nel 2006 anche grazie alla collaborazione del sindaco Saturnino Di Ruscio.

Buona lettura.

L'associazione culturale "La Tela", è nata a Fermo, nelle Marche questo Agosto da Alessandro Marzetti, Presidente, Paolo Fattenotte, Silvia Ferracuti , consigliere comunale della lista civica "Fermo Libera", e Andrea Gianni , eletto recentemente consigliere della lista civica.
Nasce dal desiderio di un gruppo di portare nella città di Fermo le novità apprese dalla ETLEBORO, come il nome della Associazione, prima tra tutte. Le soluzioni prospettate per aiutare a risolvere la crisi che attanaglia le piccole e medie imprese sono state ascoltate con molto interesse perchè sembrano maggiormente realizzabili e vicine ai reali problemi della comunità.Quella della associazione "La Tela" è una iniziativa che va al di là della promozione delle attività culturali, perchè è sua ferma intenzione di realizzare qualcosa che dia una risposta alle difficoltà che oggi incontrano le imprese della città di Fermo e del territorio circostante.
Sta lavorando molto per far conoscere le sue idee, e far cadere in qualche modo quel muro di diffidenza iniziale che si può incontrare quando si presentano delle idee che prima non si conoscevano. In questo si innesta la preziosa collaborazione con la Etleboro, rappresentata da Andrea Gianni nella cittadina di Fermo, per presentare il progetto della Tela di imprese presso l'Amministrazione del Comune di Fermo, grazie alla lungimiranza ed alla disponibilità del Sindaco, Saturnino Di Ruscio .

La collaborazione che si sta costruendo vedrà la Etleboro come Intelligence economica che assisterà in ogni suo passo la città di Fermo a rendere la Tela operativa. Informatizzazione, Telematizzazione e Condivisione dei dati delle imprese, sono i nostri comuni obiettivi, i concetti intorno ai quali tutto ruota e da cui non ci si può allontanare.
Ecco l'ennesima eco della Etleboro, che comincia ad avvicinarsi sempre più alle persone, alle imprese, senza influire sulla vita politica di una comunità, che può così decidere in maniera autonoma come gestirsi e autosostenersi senza "tasse di scopo".
I progetti sono tanti, le persone sono pronte e voltare pagina, e ad iniziare insieme a collaborare al solo scopo di vedere la propria economia rinascere.

sabato 24 ottobre 2009

La tematica della Sibilla secondo Giuliana Poli di Umberto Bianchi


Pubblico un bell'articolo apparso venerdì 23 ottobre su Rinascita a firma di Umberto Bianchi. Si tratta della recensione del libro, "L'antro della Sibilla e le sue sette sorelle" di Giuliana Poli. Un libro che mi sembra molto interessante e che leggerò sicuramente prima possibile. Intanto leggetevi la recensione. Enjoy!

In mezzo a tanto parlare di località che promanano mistero, di siti archeologici che rimangono tuttora dei veri rompicapo, si fa quasi sempre riferimento a località situate fuori dall’Italia, quasi il Bel Paese avesse in questo senso poco da offrire, nel nome di un esotismo che, in questo caso, è veramente fuori luogo. E’ quanto Giuliana Poli, studiosa di antropologia, giornalista e valente scrittrice, cerca di dimostrarci ne “L’antro della Sibilla e le sue sette sorelle”, appassionata disamina sulla Sibilla Appenninica e sui significati ad essa connessi. Una ricerca resa ancor più appassionata dal fatto che la Poli è originaria di queste affascinanti località, da millenni oggetto di pellegrinaggi, visite e straordinari sincretismi tra popoli e tradizioni differenti. Quella della Sibilla è una figura antichissima, si può dire senza tempo; rappresenta difatti l’archetipo della profetessa, dell’iniziata, di colei che, unica tra gli umani, possiede il prezioso dono di udire le parole delle divinità. E’ colei a cui gli umani si rivolgono quando, sopraffatti dall’inquietudine sentono il bisogno di comunicare direttamente con la dimensione di quella trascendenza intrascendibile ed incomprensibile da parte del resto del mondo, se non da Lei, che ne sa far emergere le parole dall’abisso di mistero da cui è circondata.
Parole che spesso sono oscuri aforismi, responsi la cui interpretazione richiede attenzione, acume ed ingegno e da cui, in terra d’Ellade, prenderà il via la speculazione filosofica, che da interpretazione delle parole della Profetessa si farà via via interpretazione della stessa realtà. La stessa etimologia del termine Sibilla, anche se frutto di molteplici interpretazioni, sembra comunque ricondurre ad un unico significato che è quello di “segno, avvertimento, volontà, deliberazione di Dio”, sia che venga dal greco “sioù-boulèn” (citaz . da Varrone) sia dal capovolgimento del suo nome in Lib-ys che Pausania, rifacendosi ad Euripide, vuole ispirato dalle origini libiche della più antica tra queste figure. Secondo la leggenda, Apollo si innamorò della bella Sibilla, promettendole l’immortalità. Frettolosamente la giovane accettò l’offerta, dimenticandosi di richiedere al Dio anche la giovinezza, invecchiando via via sino a divenire una voce invisibile. Apollo, innamorato avrebbe restituito la giovinezza alla Sibilla, a patto che costei acconsentisse alle sue voglie ma, per non perdere il dono profetico, la donna non ne volle sapere, lasciandosi andare ad un destino di inesorabile, ma lentissimi invecchiamento, durante il quale avrebbe vagato per il mondo cambiando nome di volta in volta. Con il tempo quello di Sibilla, da nome proprio, diverrà un termine generico, indicante appunto una oracolante, diversamente chiamata a seconda delle località in cui andrà a risiedere. Gli antichi le suddivideranno in tre gruppi: orientali, greco-ioniche e greco-italiche, a cui nell’Evo Medio saranno aggiunte altre figure. Al primo gruppo appartengono la Sibilla Libica, quella Persica e quella Egizia, per citarne alcune. Al secondo gruppo appartengono la Sibilla Ellespontica, quella Troiana, quella Gergitica ed altre ancora. Nel terzo gruppo abbiamo la più famosa tra le Sibille, quella Cumana, quella Tiburtina e quella Italica, oltre ad altre ancora. Tra quelle medioevali abbiamo, invece, la Sibilla Chimica, quella Italica ed infine, tra quelle che ci interessano più da vicino, quella Appenninica o Picena e quella di Norcia o Norzia. Allo stesso tempo nomi come Amalthea, Dafni o Deifobe ci indicano la tendenza a riattribuire nomi propri a queste figure per non lasciarle nel campo della genericità. Secondo l’Eneide la Sibilla Cumana guiderà Enea nel suo viaggio nell’Ade, mentre la Sibilla Appenninica è già menzionata da autori come Licofrone ed Eraclito. Le Sibille medioevali dell’Italia centrale, dunque, altro non sono che riedizioni attualizzate delle antiche Sibille, a loro volta innestate su un substrato che affonda le proprie radici nella religiosità pre-indoeuropea, tutta incentrata su una netta prevalenza dell’elemento femminino (Grande Madre). La stessa matrice indoeuropea qui risente di due differenti elementi che andranno via via intersecandosi: quello celtico con il Dio Poeninus (da cui per l’appunto il nome di Appennino) e quello italico, con il Dio Picus Martius, rappresentato dal popolo dei Piceni e dai loro primi antichi insediamenti. Ma la ricerca della Poli, ben lungi dal limitarsi ad un arido e descrittivo nozionismo, cerca di penetrare l’essenza della religiosità sibillina, muovendosi sia sul binario della ricerca religiosa che su quello di un vero e proprio percorso esoterico, che trova i propri principali motivi di ispirazione in quella tradizione mitografica orale che fa della regione sibillina un vero e proprio “unicum”. La leggenda delle Sette Sorelle e la sua relazione con il cospicuo numero di chiese sparse nella regione montuosa e la cui dislocazione topografica viene fatta corrispondere con la Costellazione della Vergine. I fregi riportati sui portali delle chiese e degli edifici della regione, carichi di simbolismi esoterici. La caverna della Sibilla e la sua misteriosa abitante, la Regina Sibilla e le peregrinazioni del Guerin Meschino oggetto delle narrazioni di un Andrea da Barberino, di un Cecco d’Ascoli o di un Antoine de la Sale. Tutto questo ci riporta costantemente ad una sapienza antica che affonda le proprie radici nella stessa essenza dell’uomo e nella sua innata capacità a tradurre in simboli e ad interpretare così la multiforme realtà circostante ed i suoi continui rimandi ad una dimensione “altra” nascosta, ma comunque onnipresente. E così la dislocazione delle chiese sibilline ci riporta a quella perfezione celeste, attraverso cui orientare ed ispirare la realtà su questa terra. Le ruote solari, i fasci di spighe e gli altri simboli che campeggiano sui fregi delle chiese e sui portoni dei palazzi, ci riportano a quel potente legame mistico con la natura e con la sua magnanima fecondità, che trova nei culti solari la sua più rarefatta e sofisticata espressione. L’antro della Sibilla si fa microcosmo per un percorso iniziatico di conoscenza e redenzione di cui la Sibilla è l’oscuro tramite, e che trova via via nelle antiche spelonchae dell’età primeva dell’uomo, nella caverna platonica e negli antri mitraici, le proprie più pregnanti manifestazioni, connesse con la dimensione solare e queste nuovamente con Lei, la Sibilla-Regina, ora non più nel ruolo di semplice profetante, ma simbolo imperituro di quell’universale principio femminile che tutto sembra permeare di sé. Solitaria Grande Madre, Acqua di Vita o Regina Celeste unita ad un altrettanto Celeste Re, nelle complementari figure del celta Poeninus o dell’italico Picus Martius, la Sibilla sembra essere ora solo una delle tante ierofanie che di quando in quando compaiono sulla strada dell’uomo sin dalla notte dei tempi e che fanno dei Monti Sibillini un vero e proprio centro di riferimenti geomantici e sacrali. Qui, più di altrove, tutto sembra connettersi in un unico filo che sembra unire le divinità pre-indoeuropee, quelle italico-celtiche, quelle solari e stellari del tardo impero, sino ad incarnarsi nei motivi cristiani dell’Evo Medio, tra cui quello della Vergine Maria, sino ad immedesimarsi nei motivi misteriosofici della Rinascenza e nelle fiabe popolari. A questo proposito ci sembrano squallide e pretestuose le polemiche che hanno accompagnato il libro della Poli, dettate più che altre da un’invidia mascherata da interpretazione pseudo-scientifica, tutta incentrata sulla provenienza storica dei fregi a carattere esoterico. La loro provenienza da precedenti strutture templari (come dalla Poli ipotizzato) o invece da una più tarda manifattura rinascimentale (come invece vorrebbero tal’altri, tra cui i detrattori dell’autrice), non sminuisce assolutamente il principio cardine dell’intero libro imperniato sulla continuità tra passato e presente di una tradizione che, attraverso una generosa e potente profusione di simboli, continua, attraverso le proprie tracce, ad esser ben presente sui Monti Sibillini.

domenica 27 settembre 2009

Tucci eurasista

Il maceratese Tucci, come molti sanno, fu il più grande orientalista italiano del XX secolo, ma sono in pochi a conoscere l'interesse che portò questo studioso ad occuparsi di Geopolitica. Egli fu infatti amico e collaboratore del geopolitico tedesco Karl Haushofer. Ecco un estratto di un' intervista concessa alla Stampa del 20 ottobre 1983.

Io non parlo mai di Europa ed Asia, ma di Eurasia. Non c'è avvenimento che non si verifichi in Cina o in India che non influenzi noi, o viceversa, e così è sempre stato. Il Cristianesimo ha portato delle modifiche nel Buddhismo, Il Buddhismo ha influenzato il Cristianesimo, i rispettivi Pantheon si sono più o meno rispettivamente modificati (...). Perchè, vede, la religione è universale, le religioni no. Bisogna arrivare alla religione cosmica, la nostra religione eurasiatica...



martedì 21 luglio 2009

A Macerata l'Istituto Matteo Ricci


Recentemente sto pubblicando molti siti dedicati ai rapporti fra le Marche e l'Oriente e perciò continuo volentieri su questa linea. Pubblico perciò una pagina tratta dal sito dell'Istituto Matteo Ricci, che si occupa di relazioni con l'Oriente.
Mi chiedevo perchè non avessero creato a Macerata un'associazione che valorizzasse le figure di Matteo Ricci e Giuseppe Tucci, ma eccomi felicemente smentito.
Questi sono gli obiettivi dell'associazione.

Ad Levantem

Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l'Oriente
L'Istituto è espressione di una Associazione, costituita dai seguenti Enti istituzionali e privati: Regione Marche, Provincia di Macerata, Diocesi di Macerata, Comune di Macerata, Università di Macerata. Per eventi particolari, quali l'organizzazione di "Macerata 2010", ci si avvale anche della collaborazione della Fondazione Carima (Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata) e della Camera di Commercio.

Obiettivi dell'Istituto:

1] Coltivare e promuovere la memoria storica della figura e dell'opera di Matteo Ricci, insieme a quella degli altri orientalisti che le Marche hanno offerto al mondo fino ad Antelmo Severini e a Giuseppe Tucci;

2] Partecipare al dialogo interculturale tra Occidente e Oriente, sia con le realtà culturali dei paesi dell'estremo oriente, in particolare con India e Cina, sia con le comunità presenti nel territorio;

3] Offrire strumenti informativi e formativi a vantaggio delle relazioni commerciali tra Marche e Oriente, in particolare con la Cina;

4] Operare per conto degli enti consociati riguardo ai programmi e ai progetti attuativi relativi all'Oriente.

sabato 18 luglio 2009

Il Geopolitico Giuseppe Tucci


Ho scovato nel sito http://lanazioneeurasia.altervista.org un ottimo articolo di Tiberio Graziani dedicato ad una conferenza tenuta a Roma dal Geopolitico Karl Haushofer su invito del tibetologo maceratese Giuseppe Tucci.

LA LEZIONE DI KARL HAUSHOFER
E LA DISCRETA PRESENZA DI GIUSEPPE TUCCI NEL DIBATTITO GEOPOLITICO DEGLI ANNI TRENTA
di Tiberio Graziani

Con la pubblicazione del testo di una conferenza del geopolitico tedesco Karl Haushofer1, dedicata alle affinità culturali tra l’Italia, la Germania e il Giappone, viene inaugurata, a cura delle Edizioni all’insegna del Veltro, la collana “Quaderni di Geopolitica”.
La conferenza “Analogie di sviluppo politico e culturale in Italia, Germania e Giappone“ venne tenuta dal professore tedesco, su invito del grande orientalista e tibetologo italiano Giuseppe Tucci2, il 12 marzo 1937, a Roma, presso l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO) 3.
Essa si inserisce, storicamente, come peraltro puntualmente evidenziato dal curatore del Quaderno, Carlo Terracciano, nel contesto delle attività culturali volte a informare e sensibilizzare l’intellighenzia italiana sulle opportunità e necessità, nonché problematicità, sottese all’accordo politico-militare relativo all’asse Roma-Berlino, siglato tra Italia e Germania il 24 ottobre 1936, e a quello antikomintern firmato, nello stesso periodo, tra Germania e Giappone. Ma testimonia soprattutto un aspetto, ancora poco esplorato dagli storici della cultura e della politica estera italiana, quello delle attività dell’ISMEO, ed in particolare del suo fondatore e vicepresidente, Giuseppe Tucci - originale ed inascoltato assertore dell’unità geopolitica dell’Eurasia4 - orientate alla promozione di una visione culturale, geopoliticamente fondante, dei rapporti tra l’Europa e il continente asiatico.
Un’impostazione, quella del Tucci, che si contraddistingue per essere non solo puramente culturale, accademica e, occasionalmente, di supporto alla nuova politica dell’appena nato impero italiano, ma per operare una sorta di svecchiamento, sia in ambito culturale che politico, dell’ancora persistente mentalità piccolo nazionalista sabauda che, nel solco della prassi colonialista italiana dei primi del Novecento, tentava di condizionare il nuovo corso impresso dal governo di Mussolini alla politica estera. A questo riguardo è utile riportare l’acuta osservazione di Alessandro Grossato che, sulla base di una lunga e profonda consuetudine con l’opera di G. Tucci, ritiene il fondatore dell’ISMEO un vero e proprio eurasiatista ed afferma che l’espressione “Eurasia, un continente” veniva intesa dall’orientalista marchigiano in un’accezione “soprattutto culturale, volendo con essa sottolineare le grandi identità di fondo fra civiltà solo in apparenza così distanti nello spazio e nella mentalità”5.
Il convincimento di Tucci sulla culturale identità di fondo delle civiltà eurasiane suppone un’adesione, da parte dello studioso italiano, a quel sistema di pensiero che interpreta le singole culture quali autonome ed autoconsistenti manifestazioni storiche di un unico sapere primordiale e ad esso le riconduce al fine di coglierne gli aspetti autenticamente fondativi. Il ricondurre le varie espressioni culturali ad un’unica tradizione primordiale si traduce, sul piano della ricerca storica e dell’analisi geopolitica, in un procedimento comparativo, che Haushofer, (inconsapevolmente e) magistralmente, adotta e utilizza in questa breve conferenza dedicata a individuare le analogie tra l’Italia, la Germania e il Giappone. Haushofer, pur basandosi su criteri oggettivi e “scientifici”, quali sono quelli della geopolitica, sorprendentemente6, perviene agli stessi risultati cui sembra essere giunto Tucci. Il geopolitico tedesco, infatti, nella sintetica e veloce conclusione di questa conferenza, si augura che “Possa questo modo di vedere i popoli [l’essersi cioè egli adoperato, nella sua prolusione, a porre in piena luce le armonie e le analogie che possono facilitare la comprensione reciproca dei grandi popoli tedesco, italiano e giapponese] superare qualunque tempesta d’odio di razza e di classe, soprattutto tra i sostegni del futuro.”
Certo, chi è abituato a sentir parlare di Haushofer come un rappresentante del cieco e rozzo pangermanesimo, o del cosiddetto imperialismo germanico, rimarrà stupito nel leggere questa frase appena citata.
Sarà proprio il fallimento della naturale alleanza eurasiatica, preconizzata negli anni Trenta dagli Haushofer, dai Tucci e dai Konoe7, a far precipitare i popoli e le nazioni dell’intero globo in una tempesta di cui ancora, dopo oltre sessanta anni, non si intravede la fine e che, anzi, è continuamente alimentata dall’odierna politica neocolonialista dei governi di Washington e Londra e dai propagandisti dello scontro di civiltà.
Il procedimento comparativo adottato da Haushofer lungi dall’appiattire le differenze tra i popoli presi in considerazione e dallo svilirne le appartenenze etniche, in virtù della generica appartenenza al genere umano e secondo la triste e riduttiva visione individualista, valorizza armonicamente, al contrario, le affinità e le differenze, e le riconduce ad un’analoga condivisione, pur con sensibilità diverse, di valori che potremmo definire ad un tempo etici ed estetici, cioè “nobili”. Essi si esprimono, nella visione haushoferiana, sia per il Giappone, sia per la Germania, l’Italia e la Russia in una loro precisa funzione geopolitica, quella di concorrere all’unificazione della massa continentale e di difenderne pertanto il limes, al fine di poter sviluppare armonicamente le potenzialità delle popolazioni che vi abitano. Si contrappongono dunque alle “invasioni” degli uomini del mare, del commercio, della morale individualistica, del lusso e del consumo, ai predatori delle risorse naturali.
Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e semplicità, ed in questo senso rappresenta un documento didattico di rilevante importanza per gli studiosi di geopolitica. Da scienziato della geopolitica, egli evidenzia gli elementi geografici che hanno influito sulla storia e sulla politica dei tre popoli in esame, soffermandosi brevemente sulla analoga formazione delle cellule regionali avvenuta in Germania e in Giappone, e sulla fondazione di Roma, Berlino e Tokyo, città fondate originariamente sul confine nordest delle loro regioni, e “debitrici di una parte del loro splendore alla circostanza che la loro posizione di margine, in origine coloniale, si rivelò più tardi favorevolissima agli scambi ed ebbe funzione di ponte. Il flavus Tiberis, l’originaria valle di congiunzione dell’Oder coll’Elba, e il Kwanto col ponte Nihon provvedono alle città rispettive una posizione similmente favorevole e sono loro debitrici di analoga protezione.” Ma accanto ai dettami del determinismo geopolitico, Haushofer sottolinea le affinità culturali tra Italia, Germania e Giappone, che nota soprattutto nel “ghibellin fuggiasco” Dante Alighieri, araldo dell’idea imperiale, in Chikafusa8, un altro grande fuggiasco nonché impareggiabile autore del Jinnoshiki, e nei Minnesaenger tedeschi “fedeli all’Imperatore e al popolo”. Altre affinità colte da Haushofer sono quella tra lo spirito della Cavalleria occidentale e il Bushido giapponese e quella dei comportamenti tra coloro che egli chiama gli eroi fondatori del risorgimento nazionale: Ota Nobunaga, Sickingen-Wallestein, Cesare Borgia.
Haushofer sostiene che si possa parlare anche per il Giappone, come per l’Italia e la Germania di un periodo romanico, gotico, rinascimentale, barocco, di un rococò, di un romanticismo e financo di uno stile impero.
Un termine che ricorre spesso negli scritti Haushofer è quello di “destino”. E’ forse nel sintagma “destino comune” che si esprimono più compiutamente le affinità di popoli (apparentemente) tanto diversi sul piano culturale e etnicamente differenti su quello fisico. La coscienza di un destino comune dei popoli e delle nazioni che vivono nel “paesaggio” eurasiatico è la sola arma che abbiamo per sconfiggere la civilizzazione occidentalistica e talassocratica dei predoni del XXI secolo.